Stati Uniti bombardano la luna
Ricorda molto da vicino il folle "Progetto A119" (vedi sotto), ma è successo veramente - appena ieri - e la motivazione ufficiale data dalla NASA è la speranza di rilevare sulla Luna l'esistenza di ghiaccio, e dunque di acqua.
Il razzo Centaur, un cilindro di tre metri d'altezza e di due tonnellate di peso, ha raggiunto puntuale l'appuntamento con il cratere Cabeus, nel polo sud lunare, dopo un tortuoso viaggio di cento giorni nello spazio; ma l'impatto non è stato affatto spettacolare. La NASA si aspettava un lampo e l'espulsione di un cono di detriti a due chilometri d'altezza. I calcoli erano stati fatti e rifatti all'Ames Center in California cui fa capo la missione e, addirittura, erano stati invitati numerosi gruppi di astrofili lungo la costa orientale degli Stati Uniti per godersi lo spettacolo della polvere di Luna che brilla nei raggi di sole. Quello che sembrava ragionevole sulla Terra non è però accaduto. La telecamera di bordo della navicella LCROSS (che, dopo essersi staccata dal razzo, lo ha seguito di quattro minuti nella corsa autoannientante) ha mostrato il tuffo verso la Luna fino a quando ne è stato in grado, ma nessuno ha potuto vedere nelle immagini un segnale diretto dell'effetto dell'impatto. Il cratere polare Cabeus era come sempre immerso nell'ombra e il Centaur, visto dalla telecamera di bordo, è sembrato venire inghiottito dal nostro satellite naturale. Quattro minuti dopo, anche LCROSS spariva placidamente dentro il cratere.
La missione dovrà fornirci la risposta al seguente quesito: "Ci sono tracce d'acqua sulla Luna?"
"Acqua" non nel senso di laghi, fiumi, addirittura mari, bensì di molecole di acqua e idrossili (idrogeno e ossigeno) che interagiscono con le molecole di roccia e di polvere del suolo lnare. Nelle prossime settimane gli scienziati dell'Ames Center lavoreranno sui dati raccolti e poi saranno chiamati a esprimersi. In caso positivo, ovvero di effettiva presenza di riserve idriche (come hanno già lasciato presagire le apparecchiature di bordo del satellite indiano Chandrayyan-1), si potrebbe pensare a impiantare la prima base lunare...
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GLI STATI UNITI VOLEVANO FAR ESPLODERE UN ORDIGNO NUCLEARE SULLA LUNA
di peter patti
Correva l'anno 1958 quando il fisico Leonard Reiffel fu avvicinato da alcuni ufficiali dell'Air Force degli Stati Uniti d'America che lo invitarono a collaborare a un nuovo progetto. Il progetto, rigidamente "top secret", recava la sigla A119 ed era pomposamente denominato 'A Study of Lunar Research Flights'... Leggi tutto l'articolo
Gli americani vanno a caccia di una seconda Terra
La NASA ha lanciato nello spazio il telescopio Keplero, che darà la caccia a pianeti simili alla Terra e dunque "vivibili". La missione durerà 4 anni.
Secondo gli scienziati, nella sola Via Lattea potrebbero esserci migliaia di mondi con condizioni di vita simili a quelle che vigono sul nostro.

L'ente spaziale americano sembra mostrare una certa urgenza nel voler individuare una Terra-bis. Forse sono venuti a conoscenza dell’inesorabile orbita di avvicinamento di una cometa da impatto cosmico? E’ notizia di questi giorni che un asteroide di 40 mt ci ha sfiorati. Fonte: Corriere della sera. Per chi volesse avere un’idea di cosa vorrebbe dire un crash con un “sasso” di tali dimensioni può osservare le foto del Meteor Crater in Arizona, scavato da un corpo vagante di analoga grandezza.
E da notare che soltanto il satellite SOHO ha scoperto negli ultimi 10 anni oltre 1.600 comete!

Ma ovviamente ci sono anche altri motivi per cercare di mettersi in salvo: i nostri continenti si poggiano su piattaforme che "scivolano" al di sopra di un fiume di fuoco, e da qui i movimenti tellurici; a quando il prossimo immane terremoto? E poi: il campo magnetico può variare o addirittura sparire del tutto se il nucleo centrale della Terra muta la sua rotazione o si ferma completamente (è già successo in passato). Inoltre c'è il clima che, con la distruzione a quanto pare tutt'altro che parziale dello strato di ozono, ci sta portando verso la catastrofe (scioglimento delle cappe polari; alcune zone diverranno desertiche, altre saranno coperte dal ghiaccio...). Fanno paura le macchie solari, che bisogna sempre tenere d'occhio; se il sole è più vecchio di quel che pensiamo, la fine è veramente prossima: tutti i pianeti del nostro sistema precipiteranno verso la "stella mattutina". E, ancora, i vari pericoli "domestici", quelli di guerre batteriologiche, di contaminazioni radioattive (dove accadrà la prossima Chernobyl? In Italia?), le epidemie a causa di microorganismi letali sempre più resistenti, ecc.
Probabile, anzi probabilissimo, che i potenti vogliano al più presto abbandonare la nave che affonda.
La missione Keplero mira soprattutto a scoprire i pianeti orbitanti attorno a stelle nelle costellazioni del Cigno e della Lira. Soltanto in quei paraggi ce ne sono migliaia...

C'e' vita su Marte?
Domanda centenaria ma che torna d'attualità in questi giorni con la missione Phoenix. Dopo un viaggio di 680 milioni di chilometri cominciato con il lancio da Cape Canaveral nell'agosto 2007, la sonda spaziale della N.A.S.A. è atterrata sulla calotta polare nord del Pianeta Rosso. Strutture poligonali sul suolo del polo nord di Marte sono state fra le prima immagini inviate alla Terra dalla sonda americana. Come i responsabili della missione si aspettavano, la zona in cui si è posata Phoenix è una distesa piatta costellata da qualche ciottolo e priva di grandi rocce e ghiaccio in superficie. Confermata anche la presenza delle fenditure poligonali osservate in passato da altre sonde in orbita attorno a Marte.

Naturalmente non si tratta solo di scoprire la presenza o meno di acqua, ma anche se ci sono minerali sfruttabili (petrolio e non solo). In realtà, secondo molti scienziati il corpo celeste più realisticamente sfruttabile dai governi e/o dimprenditori terrestri è la Luna, e forse non è un caso che la N.A.S.A. abbia cancellato la prossima missione su Marte che era in programma; ma il Pianeta Rosso continua ad emanare un suo fascino... e un grande interesse anche in vista di un'eventuale colonizzazione dello spazio.
Le 'Sette Sorelle' di Marte
Gli scienziati le chiamano ormai le "Seven Sisters" e le hanno anche battezzate singolarmente: Dena, Chloë, Wendy, Annie, Abbey, Nikki e Jeanne.
Sono sette buchi neri (probabilmente sette caverne) fotografate sia dal THEMIS (Thermal Emission Imaging System) che è a bordo della sonda Mars Odyssey 7, sia dal Mars Reconnaissance Orbiter. Le caverne, tutte site nella regione vulcanica di Tharsis, hanno un diametro di 100–252 metri e alimentano le speranze di chi crede nella vita sul Pianeta Rosso.

70 anni di detenzione per Gary McKinnon?
41enne, nato a Glasgow (Scozia), conosciuto negli ambienti degli hacker con il nomignolo "Solo". Il britannico Gary McKinnon è accusato dal governo degli Stati Uniti di aver profanato, tra il 2001 e il 2002, 97 computer di vari organi militari (in pratica tutti) e dell'ente spaziale NASA.
McKinnon, arrestato nel 2002, ha goduto della condizionale fino al 2005. Ma ora deve presentarsi davanti a un'Alta Corte statunitense (il governo britannico ha deciso stamani la sua estradizione), e la pena prospettatagli è di ben 70 anni, da scontare forse nel terribile campo di prigionia di Guantanamo, riservato ai terroristi o presunti tali.
McKinnon, un system administrator disoccupato, si difende: "Io sono solo un capro espriatorio. Non ero certo l'unico hacker a 'passeggiare' per i network telematici del governo U.S.A.; ne incontravo tanti altri...".
Per penetrare oltre le barriere protettive dei supercomputer, Gary "Solo" McKinnon ha semplicemente usato uno script Perl adibito alla ricerca di passwords. "Dopo aver constatato, non senza incredulità, che il sistema da loro usato è Windows, si è trattato quasi di un giochetto."
Secondo le sue dichiarazioni, sarebbe stato spinto alle sue azioni "intrusive" dalla mera curiosità, dettata da un forte interesse per l'ufologia. Avrebbe così scoperto, nelle banche-dati segretate, prove sulla reale esistenza dei dischi volanti, sull'esistenza di una tecnica antigravitazionale di origine aliena, sulla soppressione coercitiva e calcolata di ogni tipo di energia alternativa "free" a favore degli interessi delle multinazionali del petrolio, e avrebbe anche visto l'immagine - sia pure a bassa risoluzione - di "un velivolo palesemente non costruito da mano umana".
Niente di sorprendente: "Nell'edificio n. 8 del Johnson Space Centre della NASA lavorano persone le cui mansioni consistono principalmente nel cancellare gli UFO dalle immagini ad alta risoluzione trasmesse dai satelliti..."
A più riprese, fin dal 2002, McKinnon si è detto pentito per essersi lasciato catturare dalla sua ossessione. "Oggi non lo rifarei." Anche dopo aver perso il posto di lavoro, essere stato abbandonato dalla sua ragazza e dagli amici che gli ripetevano di smetterla con l'hackeraggio, lui ha continuato a farlo, "trascorrendo giorni e notti in vestaglia da camera davanti al computer, senza nemmeno più lavarmi..."
Il blog http://freegary.org.uk è nato apposta per richiedere la liberazione dell'ex hacker britannico e per protestare contro la sua estradizione.
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Intervista della BBC a "Solo" McKinney
Ritratto del 'terrorista' scozzese, sempre a cura della BBC.
Una delle accuse mossegli dal governo degli Stati Uniti è molto grave: McKinney, nelle vesti di "Solo", avrebbe alterato e cancellato, dalla sua abitazione londinese, files dell'US Naval Air Station poco dopo l'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001, rendendo praticamente inutilizzabile il sistema di sorveglianza aerea.
E' morto Van Allen, scopritore delle omonime fasce radioattive
Il fisico americano James Van Allen, scopritore delle cinture radioattive che circondano la Terra e che portano il suo nome, e' morto all'eta' di 91 anni a Iowa City.
Grandissimo astronomo e astrofisico, Van Allen ha lavorato per l'universita' dell'Iowa (dove era a capo del dipartimento di fisica) e per la NASA.
I russi furono i primi a lanciare in orbita terrestre un oggetto costruito dall'uomo (lo Sputnik), ma nel 1958 gli americani riuscirono a compiere un'impresa ancora piu' rilevante dal punto di vista scientifico: un contatore geiger ideato da Van Allen fu montato a bordo del primo satellite lanciato dagli Usa - l'Explorer I -; e quel contatore rilevo' le particelle subatomiche provenienti dalle radiazioni solari e cosmiche intrappolate nella magnetosfera.
Oggi queste zone di radiazione sono note col nome di "fasce" o "cinture di Van Allen" (Van Allen Belts).
Le fasce sono due. Quella "interna" comincia a ca. 6.000 Km. sopra l'equatore terrestre ed e' composta primariamente di protoni ad alta energia. La seconda comincia a ca. 20.000 Km. sopra l'equatore terrestre e contiene soprattutto elettroni. Si formano per via del campo magnetico della Terra: le particelle, spinte verso il nostro pianeta dal vento solare o contenute nei raggi cosmici, vengono "catturate" nella magnetosfera, addensandosi appunto nelle famose "fasce".
Le radiazioni cui sono sottoposti gli astronauti che le attraversano sono molto alte, ma non in maniera letale. Un altro serio problema per gli equipaggi spaziali e' il disturbo delle trasmissioni radio. E per questo le missioni vengono progettate in modo tale da evitare, per quanto possibile, queste zone.
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Ricordiamo qui gli altri importanti contributi dello scienziato americano: fu il responsabile scientifico di ben 24 sonde spaziali dirette verso la Luna, Venere, Marte, Giove, Saturno e anche verso i confini del Sistema Solare (Pioneer 10 e 11).
Apollo 11 - Dettagli sorprendenti
MISTERI DELLO SPAZIO:
A 37 ANNI DALLO SBARCO SULLA LUNA LÂ’EQUIPAGGIO DELLÂ’APOLLO 11 RIVELA DETTAGLI SORPRENDENTI
«Eravamo sulla Luna scortati da un Ufo»
Articolo apparso su La Stampa, 26/7/2006, a firma di Vittorio Sabadin
Trentasette anni fa, esattamente in questi giorni, milioni di persone in tutto il mondo affollavano i bar per seguire da preistoriche tv in bianco e nero l’avventura dell’Apollo 11, la capsula che avrebbe portato l’uomo sulla Luna. Coperte dalle voci dei commentatori, si udivano sullo sfondo le incomprensibili comunicazioni tra la base di Houston e i tre astronauti nella navicella: Neil Armstrong, Edward «Buzz» Aldrin e Michael Collins. Due frasi, scambiate il 19 luglio, poco prima dello sbarco, erano sembrate a tutti i tecnici che seguivano la missione una normale richiesta di informazioni, ma nascondevano un segreto che Aldrin ha rivelato solo adesso: l’Apollo 11 non era solo nello spazio.
L’equipaggio chiese alla base dove si trovasse rispetto a loro l’S-IVB, il terzo modulo del razzo che li aveva spinti verso la Luna. Dopo qualche minuto, Houston rispose che si trovava a 6000 miglia nautiche, circa 11 mila chilometri. «Non poteva dunque essere quello - ha rivelato Aldrin - il grande oggetto che vedevamo dall’oblo' ad una certa distanza da noi. Era a forma di anello e si muoveva ad ellissi. Collins decise di guardarlo meglio con un cannocchiale, non era sicuramente il nostro razzo».
I tre astronauti decisero di non comunicare altro alla base, e di parlarne solo al loro ritorno in un briefing riservato. «Che cosa potevamo fare? - ha spiegato Aldrin -. Dovevamo metterci a gridare "ragazzi, c’e' qualcosa che si muove qui di fianco, avete idea di che cosa possa essere?" Molta gente ascoltava le comunicazioni tra noi e Houston, gente di tutti i tipi. Temevamo che qualcuno potesse chiedere di annullare la missione, a causa di una minaccia aliena o per qualunque altra stupida ragione. Cosi' decidemmo solo di informarci per precauzione su dove si trovasse l’S-IVB».
Tornati sulla Terra, accolti dal presidente americano Richard Nixon a bordo della portaerei Hornet, gli astronauti raccontarono le fasi dell’avvistamento ai responsabili della missione. La Nasa decise di non renderle pubbliche. Il dottor David Baker, all’epoca Senior Scientist dell’Apollo 11, ha spiegato che l’Agenzia spaziale americana, temendo il ridicolo, aveva vincolato l’equipaggio al segreto. «Molti tecnici della Nasa si sono convinti che gli Ufo esistono - ha detto Baker - e questo ha spinto ancora di piu' l’agenzia ad una politica di segretezza. Nessuno riusci' a scoprire che cosa fosse l’oggetto che quelli dell’Apollo 11 avevano visto, ma e' certo che questi avvistamenti non erano rari fino dai tempi dei primi viaggi in orbita: molti equipaggi avevano incontrato oggetti strani».
Anche se il nome di Neil Armstrong e' rimasto nella memoria di tutti come quello dell’eroe della missione, il primo uomo a mettere piede sulla Luna, in realta' il vero protagonista di Apollo 11 fu Edwin Buzz Aldrin, colonnello dell’aviazione americana, discendente da una famiglia svedese di fabbri e predestinato ai voli sul nostro satellite dal cognome della madre: Moon. Ci sono pochissime foto di Armstrong sulla Luna, ma ce ne sono moltissime di Aldrin, che molti appassionati dei misteri lunari accusano adesso di non avere raccontato tutta la verita'. Basta fare una ricerca sul web con Google o Yahoo per rendersi conto di quante persone nel mondo siano convinte che, anche dopo l’allunaggio, «c’era qualcosa di strano la' fuori».
La convinzione nasce da presunte intercettazioni delle comunicazioni fra gli astronauti e la Nasa, fatta da radioamatori a terra. Sceso sul suolo lunare, Armstrong affermo' di vedere una intensa luce che proveniva da un cratere. La comunicazione si sarebbe interrotta bruscamente, ma non per le decine di persone che la intercettavano da casa. «Che cosa sono? Che cosa sono? Potete dirci che cosa sono? - avrebbero continuato Armstrong e Aldrin -. Oh Dio, non ci credereste. Siamo qui, stiamo tutti bene, ma abbiamo dei visitors. Vi dico che ci sono altre navi spaziali qui e sono tutte allineate al bordo del cratere».
Di questa flotta galattica non cÂ’e' traccia nelle foto e nei filmati che la Nasa ha reso pubblici. Qualcosa dovrebbe potersi vedere negli altri documenti video, custoditi nei National Archives, ma - giusto perche' il mistero degli Ufo lunari possa continuare ad affascinarci senza essere smentito -, dei 700 nastri della missione ne sono misteriosamente spariti 698 e lÂ’unica macchina rimasta in grado di trasmetterli non esiste piu': era conservata al Goddard Space Flight CenterÂ’s Data Evaluation Lab, chiuso e smantellato per mancanza di fondi.
Il progetto A119
Correva l'anno 1958 quando il fisico Leonard Reiffel fu avvicinato da alcuni ufficiali dell'Air Force degli Stati Uniti d'America che lo invitarono a collaborare a un nuovo progetto. Il progetto, rigidamente "top secret", recava la sigla A119 ed era pomposamente denominato A Study of Lunar Research Flights.
Il compito di Reiffel era di investigare sulle possibili conseguenze di una detonazione nucleare sulla luna, e soprattutto di calcolare il tasso di visibilita' del fungo atomico da qualsiasi punto del nostro pianeta.
"Si sarebbe trattato di una sorta di esercizio di public relation in grande stile", ha affermato recentemente l'ormai 75enne Reiffel. "L'Air Force desiderava un fungo atomico immenso, tanto da poter essere visto dalla Terra a occhio nudo. E questo perche', nella corsa alla conquista dello spazio, gli Stati Uniti stavano perdendo terreno nei confronti dell'U.R.S.S."

Lo storico inglese David Lowry ha commentato la notizia in questo modo: "E' semplicemente pazzesco pensare che il primo biglietto di visita degli esseri umani a un altro corpo celeste sarebbe stato... una bomba atomica! Se il progetto fosse stato realizzato, noi non avremmo avuto mai la romantica immagine di Neil Armstrong e del suo 'passo da gigante per l'umanita' ' (one giant step for mankind)."
Lo scopo di quel piano era di dimostrare all'Unione Sovietica e al mondo intero quanto fossero potenti gli U.S.A.
Lowry ipotizza che il progetto A119 possa avere una certa rivelanza perfino oggi, dato che gli Stati Uniti sembrano piu' che mai determinati a impiantare un sistema di difesa missilistica attorno all'orbita terrestre. "Gli U.S.A. hanno sempre covato il desiderio di militarizzare lo spazio e alcune delle idee attualmente in corso di realizzazione non appaiono meno curiose e meno stravaganti di quella - risalente agli anni Cinquanta - con cui si proponevano di bombardare la luna."
Il progetto A119 fu sviluppato dalla Armour Research Foundation di Chicago (che oggi si chiama Illinois Institute of Technology Research).
Reiffel racconta: "Era previsto di far esplodere l'ordigno sulla faccia nascosta del nostro satellite, sulla dark side dunque. Il fungo che ne sarebbe risultato, affiorando oltre l'orlo lunare, sarebbe stato illuminato in pieno dal sole, e quaggiu' chiunque avrebbe potuto vederlo a occhio nudo."
La bomba in questione avrebbe dovuto avere la stessa potenza di quella sganciata su Hiroshima.
"Io feci osservare che l'esplosione avrebbe rovinato l'ambiente lunare. Ma l'Air Force non pensava certo in termini ecologici! A loro interessava soprattutto che i 'nemici' potessero vedere l'esplosione e rimanerne impressionati."
Secondo Reiffel, per la Terra non ci sarebbero state conseguenze dirette, ma di certo la luna sarebbe risultata "sfigurata" per l'eternita'.

Sulla fattibilita' del piano lo scienziato non nutre alcun dubbio. Gia' a quei tempi la tecnica missilistica era abbastanza sviluppata, tanto che si sarebbe potuto centrare un bersaglio pur cosi' distante "con uno scarto massimo di due miglia o poco piu' ".
Ovviamente, se il progetto fosse stato reso pubblico si sarebbero sollevate proteste in tutto il mondo; per tacere delle polemiche che ci sarebbero state dopo la sua messa in atto. Ma agli Stati Uniti importava solo di dimostrare la loro superiorita' militare.
Gli archivi del governo americano sono tuttora strapieni di documenti che risalgono agli anni della Guerra Fredda, ed e' lecito pensare che molti di quei dossier rimarranno sigillati e intedetti al pubblico per chissa' quanto tempo ancora. Il progetto A119 e' venuto alla luce soltanto perche' lo scrittore Keay Davidson vi ha accennato in una sua biografia dello scienziato e astronomo Carl Sagan.
Sagan, che e' morto nel 1996, aveva acquisito grande fama scrivendo articoli e libri che rendevano accessibili i grandi temi della scienza anche all'uomo della strada. Egli si dedico' inoltre allo studio delle possibilita' di presenze biologiche su altri pianeti. All'Armour Foundation di Chicago fu contattato da Reiffel, il quale lo spinse a improntare un modello matematico sull'espandersi di una nuvola di polvere nell'orbita lunare. Questo modello era naturalmente la chiave per stabilire il grado di visibilita' di una simile nuvola dalla Terra.
Sagan credeva (come molti scienziati di allora) che la superficie lunare pullulasse di microorganismi e, preoccupato, fece osservare che un'esplosione atomica avrebbe certamente distrutto quelle forme di vita. Tuttavia, secondo la testimonianza resa da Reiffel, egli forni' ugualmente i calcoli richiestigli.
Quasi trent'anni piu' tardi - nel 1987 -, i risultati di quegli studi furono distrutti dai dirigenti della fondazione di Chicago. Ma non e' da escludere che alcune copie siano tuttora conservate nelle segrete blindate dell'Air Force.
Leonard Reiffel dice di ignorare come mai il piano fosse stato poi accantonato. Comunque, mostra di esserne piu' che lieto: "E' terribile pensare che una pazzia del genere fosse stata ideata soltanto per impressionare l'opinione pubblica."
Interrogato sull'esistenza del progetto A119, un portavoce del Pentagon non ha voluto dare nessuna conferma, ma non ha neppure smentito.
La cagnetta moscovita
In molti libri ho letto che Laika fu la prima cagnetta dello spazio. Ma qualcosa, secondo un mio colto amico russo, non tornerebbe: nel suo idioma, infatti, "Laika" indica il nome di una razza di cani...
Comunque sia, dopo ben 45 anni i russi hanno dato la loro versione "riveduta e ufficiale" (quanto corretta?) della verità: avrebbero allora acchiappato tre bastardini a casaccio nelle vie di Mosca - Laika, Mushka e Albina - per infilarli nel frullatore della centrifuga di Koroliov, la "Città delle Stelle" a 60 km. dalla capitale dell'URSS. Correva l'anno 1956; lo Sputnik era una scatoletta, perciò la cavia doveva essere obbligatoriamente piccola. Laika, Mushka e Albina avrebbero preso parte all'"addestramento", che prevedeva tra l'altro un graduale adattamento alla vita in ambienti ristretti dove ogni oggetto è di metallo.
Infine venne scelta Laika. Dicono. Ma, comunque si chiamasse quel primo malcapitato animale, di accertato c'è che fece una morte orrenda all'interno del minuscolo Sputnik 2, e ciò appena poche ore dopo il lancio. Di solito, il cuore di un cane non regge a certi stress.

"Da voi in occidente" mi ha detto quell'amico russo, "avete le idee confuse. Le cagnette di quel primo volo erano due: Bjelka e Strjelka..."
In realtà - e mi scusi il buon Wladimir se mi sono documentato - Bjelka e Strjelka vennero dopo, ovvero il 19 agosto 1959, quando parteciparono, a bordo dello Sputnik 5, a una seconda missione suicida insieme a 40 topi, 2 ratti e 15 bottiglie piene di mosche. Secondo la storia, Bjelka e Strjelka ebbero fortuna: furono i primi esseri terrestri a tornare vivi da una simile peripezia.
Nel medesimo anno, ma già a marzo, gli americani, i quali fremevano di poter dimostrare al mondo di non essere secondi ai sovietici, avevano mandato nello spazio due scimmie, "Able" e "Baker", ingabbiate dentro un razzo Jupiter che raggiunse quota 480 km.
Lo Jupiter tornò dopo un volo di 2.720 km e i quadrumani vennero recuperati vivi. Un piccolo-grande successo per gli USA, quasi subito però vanificato dall'"impresa" di Bjelka e Strjelka. Per mostrare quanto ci tenevano al primato nello spazio, il 12 settembre di quello stesso anno (1959) i russi lanciarono la sonda Lunik 2, che il giorno dopo precipitò - come previsto - sulla Luna. (La Lunik 1 si era avvicinata al nostro satellite fino a una distanza di 6.000 km.) Un grosso balzo in avanti per Nikita Khrushchev e l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Nemmeno due anni dopo fu la volta di Yuri Gagarin, primo uomo nello spazio (apparentemente, però; vedi questo articolo). Gagarin doveva essere veramente pieno di entusiasmo e pronto a rischiare il tutto per tutto, visto che sapeva bene che avrebbe potuto fare una fine atroce come la cagnetta che era stata immolata per lui.
Povera Laika! Mettiamoci nei suoi panni: chiunque conosca un cane e abbia visto i suoi occhi mentre la insaccavano dentro il feretro volante, sa di che cosa è morta: di paura e di solitudine. Sicuramente in quei momenti ripensava ai vicoli di Mosca, agli odori e ai sapori della vita randagia, e alla mano di quegli uomini ai quali doveva essersi affezionata ignorando quanto loro stavano preparando per lei. Il suo funerale fu lungo: andò avanti per 6 mesi e 2.570 orbite, mentre il Cremlino mentiva sulla sua sopravvivenza, allora indicata in "oltre quattro giorni", e mentre l'America si rodeva nella sua goffa rincorsa con missili che esplodevano dopo il lancio e scimpanzè africani che avrebbero dovuto inseguire i cani socialisti.
Laika fu cremata l'8 aprile del 1958, quando lo Sputnik 2 perse velocità e rientrò nell'atmosfera consumandosi in un ultimo, piccolo falò.
L'"Angelus Cosmonauticus" Yuri Gagarin, come a noi piace definirlo, sospettava indubbiamente di poter finire allo stesso modo. È vero: dopo Laika c'era stato il (probabile) successo di Bjelka e Strjelka, ma il 24 ottobre 1960 si era verificato un altro "incidente" di gravi proporzioni: esattamente a Baikonur, durante un test del missile intercontinentale R16. I tecnici sovietici ignorarono un difetto, la sequenza dello start venne azionata anzitempo, il missile esplose e 126 persone bruciarono vive. Gagarin non poteva dunque stare tanto tranquillo. Ma il rischio è l'unica possibilità di far carriera sotto un regime che tratta gli uomini come cani e i cani come gli uomini.
Entro due anni dalla sua storica avventura (pur se arrivò quasi sicuramente dopo quellla, mantenuta segreta, di Iljuschin), l'organizzazione spaziale sovietica poteva far registrare un ennesimo, straordinario record: Valentina Tereshkova fu la prima donna nello spazio (1963). Anche questo, però, grazie al sacrificio della povera cagnetta.




